Sin dall’inizio della guerra civile siriana era chiaro che gli effetti collaterali non sarebbero ricaduti soltanto su Damasco e i suoi abitanti ma che ci sarebbero state delle conseguenze per l’intera regione. Per coloro che si trovano alla frontiera con la Siria, è oramai normale vedere gruppi di profughi siriani travalicare i confini della propria patria per cercare sollievo e speranza in Turchia, Libano, Giordania e Iraq, dove andranno ad ingrossare le fila delle migliaia di connazionali che li hanno preceduti.
Chi può permetterselo punta più in alto, andando a cercare lavoro verso Stati più ricchi, come gli Emirati Arabi Uniti, dove può costare fino a 354$ ottenere un visto per l’ingresso nel Paese che va rinnovato mensilmente. Tra coloro che optano per questa scelta, sono presenti anche molti studenti siriani, disposti ad accettare di tutto pur di ottenere un permesso lavorativo che consenta loro di restare per due anni. Tuttavia, non sempre la ricerca va a buon fine e sono tutt’altro che pochi i casi di giovani che spendono tutto ciò che hanno nella speranza di trovare un impiego e dopo pochi mesi sono costretti a tornare nel caos della guerra perché nessuno li ha assunti.
La «diaspora siriana» è oramai sotto gli occhi di tutti ma, finora, si è data poca attenzione alle conseguenze che sta generando negli Stati che si sono trovati a dover assorbire l’esodo di massa, specialmente in relazione alla Giordania. Il Regno Hascemita ha accolto sino ad oggi ben 600mila siriani a fronte di una popolazione censita di circa 6 milioni di cittadini giordani, il che significa che i soli sfollati equivalgono al 10% degli abitanti totali e la situazione diventa ancora più grave se si pensa che entro fine anno è previsto l’arrivo di altri 200mila profughi dalla Siria.
Non è la prima volta che la Giordania si ritrova in una simile situazione. Sin dalla nascita di Israele, che provocò subito mezzo milione di palestinesi sfollati, Amman si è trovata a fare i conti con centinaia di migliaia di rifugiati, visto che proprio la Giordania, l’unica nazione del Medio Oriente che abbia concesso ai profughi palestinesi la cittadinanza, è stata la loro meta prediletta per molto tempo. Il Regno Hascemita ha visto crescere il numero di palestinesi accampatisi entro i propri confini senza sosta, fino a quando, nel 1970, re Hussein, stufo delle rappresaglie israeliane causate dai raid dei fedayn,espulse l’Olp. Ancora oggi in Giordania sono presenti più di 300mila palestinesi.
La situazione attuale, tuttavia, è più grave che mai, perché sta portando al collasso Paesi già fragili di per sé, come il Libano, che ospita attualmente oltre un milione di rifugiati. In Giordania esistono numerosi campi profughi allestiti dall’Alta Commissione per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) ma la maggior parte dei siriani preferisce restare vicina ai confini con la madrepatria, accalcandosi nelle cittadine vicine alla frontiera al punto tale che la popolazione giordana di questi centri è sul punto di essere schiacciata numericamente dai rifugiati siriani.
Per dimostrare quanto la situazione sia divenuta insostenibile, è sufficiente prendere in considerazione quanto scrive Marisa L. Porges, che parla di cumuli di immondizia depositati agli incroci, di strade invase da fognature traboccanti, di ospedali a corto di medicinali in cui il 18% dei ricoverati proviene dalla Siria e di affitti duplicati, e in qualche caso triplicati, che hanno costretto i giordani ad abbandonare le proprie case.
Certamente non è possibile dire che prima della crisi dei rifugiati la Giordania fosse il Paradiso. Difatti, i problemi che oggi stanno emergendo con prepotenza erano già presenti da prima dell’inizio della guerra civile siriana ma l’esodo di massa ha accelerato questi processi esasperando la situazione al punto da vedere spesso i giordani protestare in strada e lamentarsi del fatto che il proprio governo spenda risorse per aiutare i siriani mentre trascura i suoi cittadini.
La situazione non è passata inosservata agli occhi degli Stati Uniti e Washington farebbe bene a focalizzare la propria attenzione sulla Giordania, facendo arrivare gli aiuti di cui il Regno Hascemita ha bisogno, altrimenti potrebbe perdere un alleato filo-occidentale che, per quanto sia stato già definito opportunista in passato, perlomeno non è un nemico e la cosa conta notevolmente in una regione instabile come il Medio Oriente, dove Amman può essere un elemento cardine per gli statunitensi nei rapporti con Israele, l’Iraq e le autorità palestinesi.
Una Giordania portata al collasso potrebbe risultare esposta al contagio della guerra civile siriana, causando, quindi, un’ulteriore spaccatura in un contesto già abbastanza frammentato, che rischia di vedere aprirsi una nuova frattura nella penisola arabica per via dei dissidi sorti tra Qatar e Arabia Saudita. Infine, bisogna far presto con gli aiuti perché è necessario mettere i rifugiati siriani in condizione di tornare a casa per ricostruire il proprio Paese o di integrarsi il più presto possibile, dato che, secondo le ultime stime, potrebbero volerci 30 anni perché l’economia siriana possa riprendersi.
(Il Nadir.net)

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