Di Luca Lampugnani
All'incirca mille persone l'anno, per quattro anni: sono questi i terrificanti numeri della violenza sessuale nella Repubblica Democratica del Congo. Dal 2010 al 2013, infatti, oltre 3600 civili del Paese africano tra i 2 e gli 80 anni sono rimasti vittima di stupro. Entrando nel dettaglio, sul totale degli episodi, la metà sono da imputare alle milizie ribelli M32 che combattono nel Paese, mentre il restante cinquanta percento è stato commesso da soldati delle forze regolari congolesi. Ad essere maggiormente colpite dalle violenze sono ovviamente le donne (73%), ma non solo: vittime di questa brutalità sono anche bambini di entrambi i sessi (25%) e uomini (2%). Stando all'Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani in Congo, che ha fornito i dati in un rapporto pubblicato mercoledì, i quattro anni presi in considerazione per effettuare lo studio "sono stati caratterizzati dalla persistenza di incidenti di violenze sessuali estremamente gravi per via della loro scala, natura sistematica e numero delle vittime".
Insomma, che si tratti di membri dell'Esercito congolese o di oppositori, lo stupro sembra essere utilizzato (come probabilmente avviene in Siria, leggi qui) come arma contro la popolazione, in grado di lasciare ferite tanto fisiche quanto, se non soprattutto, sociali e psicologiche. Le violenze, infatti, sono state portate a termine nella loro totalità durante attacchi nei vari villaggi del Congo - stando al report le vittime venivano stuprate durante i saccheggi nelle loro stesse case, così come molte donne sono state colpite mentre si trovavano al lavoro nei campi -, nel corso dei raid armati tanto dei soldati di Kinshasa quanto dei ribelli. Secondo lo studio, inoltre, questa realtà sistematica delle violenze sessuali si è registrata particolarmente nell'Est del Paese, dove "lo stupro su larga scala è stato usato come un'arma di guerra per punire i civili per la loro presunta collaborazione con l'altra parte del conflitto, nell'ambito della lotta per il controllo di zone ricche di risorse naturali".
Ma quello dell'alta incidenza di stupri in Congo non è purtroppo un risvolto particolarmente nuovo, situazione che è stata invece particolarmente 'agevolata', negli anni, da una certa impunità di cui potevano godere i colpevoli delle violenze. Basti pensare che nel 2011 l'American Journal of Public Health ha pubblicato un report dove venivano segnalati 400mila casi di violenze sessuali ai danni di donne e ragazze nel solo arco dei dodici mesi tra il 2006 e il 2007. Proprio per cercare di invertire la rotta, come specificato dall'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Navi Pillay - la quale ha detto di augurarsi che il report possa essere impugnato dalla Corte penale internazionale -, è assolutamente necessario che cada il velo dell'impunità anche e in particolar modo quando i colpevoli sono individui con "responsabilità di comando". Per questo motivo il Congo si è impegnato ad intraprendere quello che è stato definito dall'ONU "un lento ma stabile progresso" nel colpire con la giustizia i colpevoli di stupri e violenze, con 187 condanne registrate tra il 2011 e il 2013, mentre 136 sono state inflitte nel solo arco del 2012.
Certo, rispetto all'enormità delle vittime si tratta di numeri ancora troppo bassi. Eppure le difficoltà non stanno solo nel riuscire a condannare alti ufficiali o comunque figure di potere direttamente coinvolte negli stupri, bensì anche nel convincere le vittime a denunciare quanto subito...
(International Business Times)

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