Gli 007: ora sono professionisti della guerra
ROMA
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Preoccupati, gli 007 europei guardano alla Siria, a un conflitto che sembra senza sbocco. E il pericolo per noi sono i «foreign fighters», i combattenti stranieri. Sono le seconde, terze generazioni di figli di immigrati che hanno abbracciato lo jihadismo militante, sono andati a combattere in Siria e ora stanno rientrando in Europa.
Preoccupa l’evoluzione del conflitto prolungato in Siria, complicato da una doppia guerra che si combatte nei due fronti contrapposti. Da una parte i lealisti di Assad e l’esercito variegato di oppositori. Dall’altra, una guerra civile interna al fronte dell’Insorgenza e tra jihadisti. L’incertezza dell’esito del conflitto può provocare anche uno sbandamento nelle brigate jihadiste accorse dall’Europa. Tra i 500 - stima ufficiosa - combattenti europei accorsi in Siria, c’è chi rientra a casa. Una decina sarebbero gli jihadisti «italiani», figli di immigrati che potrebbero tornare in Italia.
I nostri 007 sottolineano la dimensione internazionale di queste brigate che hanno combattuto e combattono in Siria. E sottolineano un dato che preoccupa: una delle vittime è uno jihadista italiano, figlio di italiani, Giuliano Delnevo, approdato al terrorismo islamico dopo la conversione religiosa.
Era già successo agli inizi degli anni Novanta, con la fine della guerra in Bosnia e poi con il conflitto in Cecenia. Anche allora si formarono in Europa brigate jihadiste. E il proselitismo, la militanza, gli “imam” diventati “cattivi maestri” fecero nascere gruppi di «homegrown», soggetti in grado di radicalizzarsi e di addestrarsi via Internet.
Con il 2001, Osama bin Laden e l’attacco alle due Torri, l’Afghanistan prima e l’Iraq dopo, il meccanismo si è riproposto. E gli attentati di Londra (azioni di immigrati pachistani della seconda e terza generazione) e Madrid lo confermano.
Una grande capacità di prevenzione della nostra intelligence e dei nostri apparati di sicurezza, una proficua collaborazione con le intelligence alleate e un coordinamento con la magistratura, in particolare la Procura di Milano, hanno prodotto in Italia positivi risultati di contrasto: dal 2000 al 2010 sono state arrestate 200 persone accusate di terrorismo internazionale, di queste 47 sono state condannate e 62 espulse (tra cui dieci imam).
Adesso lo scenario non è meno impegnativo e inquietante. Oltre alla Siria, preoccupa l’evoluzione della «Primavera araba». L’Egitto ha riportato i militari al potere, la Libia ha il primato della instabilità, la Tunisia fatica a indirizzarsi verso una democrazia. E così rischiano di prendere piede le diverse formazioni jihadiste che dalla fascia subsahariana ora possono contare su pezzi di territori rivieraschi, come la Cirenaica.
Sotto traccia potrebbero crescere da noi nuove generazioni di jihadisti «homegrown», fai-da-te con capacità offensiva di bassa intensità. Ma i «reduci» siriani potrebbero importare la la “professionalità” acquisita sul campo.
(La Stampa Esteri)




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