Di Luca Lampugnani
È una tragedia spesso dimenticata, o comunque tenuta lontana dagli schermi televisivi e dalle prime pagine dei giornali, eppure le mine antiuomo e gli ordigni inesplosi continuano ad uccidere, a mutilare e a ferire anno dopo anno, dall'Africa all'Asia fino all'Europa, passando anche per i conflitti in corso come la guerra civile in Siria.
All'inizio di quest'anno, precisamente il 4 gennaio, un bambino di 10 anni ha perso la vita in Bosnia-Erzigovina, a Gracanica, mentre cercava in un campo minato rottami di ferro da poter rivendere. Il Paese, teatro di una guerra sanguinosa e terrificante finita ormai 18 anni fa, ha ancora il 3% del suo territorio infestato dalle mine, le quali hanno messo a bilancio 7mila e 500 vittime dal 1995 ad oggi tra cui 45 addetti alla rimozione. Ben più grave, ma non per questo più 'ascoltata', è invece la situazione del Laos: qui, durante la guerra del Vietnam, l'esercito degli Stati Uniti ha sganciato all'incirca 270 milioni di munizioni tra bombe e armi di ogni tipo, di cui 80 milioni ancora inesplose. E fare le spese di questa ingombrante e pericolosa presenza sono, ancora oggi, i civili. Dal 1964 fino ai giorni nostri, infatti, sono oltre 50 mila le vittime degli ordigni inesplosi, di cui il 23% bambini. Altro caso limite riguarda il Sudan, Paese dove è ancora forte la presenza di mine e ordigni nonostante la guerra civile sia finita da 10 anni (i tumulti del Sud Sudan e di altri Nazioni, ovviamente, non aiutano).
Tenendo bene a mente questa situazione troppo spesso nascosta nel dietro le quinte, il 4 aprile è caduta (nella colpevole disattenzione di buona parte dei media nostrani) la giornata mondiale per l'azione contro le mine (Mine Action Day 2014), appuntamento istituito dalle Nazioni Unite 9 anni fa e dedicato oggi all'importanza delle donne nei processi di sminamento. La presenza femminile arriva infatti al 20% all'interno dei corpi speciali dell'UNMAS (United Nations Mine Action Service) per quanto riguarda il personale sul campo, mentre tocca il 40% per quanto riguarda le risorse inserite nei centri e nelle sedi di controllo. Un impegno che va dalle operazioni stesse di sminamento fino all'assistenza dei mutilati e la sensibilizzazione diretta di famiglie, bambini, giovani, uomini, donne e anziani. "Si dice spesso che le donne sostengono la metà del cielo. Quest'anno, in occasione del Mine Action Day, ci concentriamo sul ruolo importante delle donne nella salvaguardia dei territori afflitti dalle mine" ha detto Ban Ki-moon, il quale ha sottolineato che le donne "possono aiutarci a raggiungere gli obiettivi che ci siamo dati nell'azione contro le mine, nell'aumento della sicurezza, nella ricostruzione delle comunità, nel recupero dei terreni e nella lotta alla paura che questi ordigni inesplosi causano in diverse parti del mondo".
In questo giorno, a livello pratico - grazie agli interventi degli anni scorsi si è ridotto di molto l'impatto degli ordigni in Cambogia e in Laos, dove la media annua di vittime fissata a 300 è scesa fino a 56 nel 2012 e a 43 nel 2013 -, l'ONU rinnova il suo impegno per la sensibilizzazione e l'assistenza rispetto alla piaga delle mine antiuomo e degli ordigni inesplosi: "le Nazioni Unite aiutano con orgoglio milioni di persone nei Paesi afflitti dal problema delle mine - ha spiegato Ban Ki-moon -. In occasione di questa Giornata aumentiamo gli sforzi per progredire ulteriormente nello sviluppo di un pianeta libero dalle mine". Queste, ha continuato il segretario generale dell'ONU, "continuano a uccidere e a mutilare. Nel 2013 il loro uso è stato riportato in Siria, in Myanmar, in Nagorno-Karabakh, un territorio e due Stati che non hanno firmato la Convenzione per il bando delle mine antiuomo (Trattato di Ottawa, firmato dallo Stivale nel 1997 dopo essere stato per tutti i primi '90 uno dei maggiori produttori ed esportatori di mine antiuomo). Unisco la mia voce a quella degli altri Stati che già ne hanno condannato l'uso. Sono anche preoccupato per l'utilizzo che ne è stato fatto quest'anno anche in Turchia, in Sudan, in Sud Sudan e in Yemen, tutti Paesi che hanno firmato la Convenzione. Chiedo a questi Paesi di ricordarsi dell'impegno che hanno preso".
Ovviamente il primo obiettivo dell'ONU e dei suoi partner (tra tutti Compagnia Internazionale per il Bando delle mine antiuomo, fondata nel 1992 e formata da una serie di ONG tra cui Human Rights Watch) è quello di procedere con sempre maggiori bonifiche e sminamenti, ma l'attività di chi lavora fianco a fianco con queste realtà brutali comprende anche assistenza ai feriti - tanto psicologica quanto fisica e pratica -, così da renderli cittadini consapevoli e in grado di accedere ad uno sviluppo sostenibile e stabile. Infatti, benché le mine lascino il loro segno indelebile soprattutto sulle vittime che rimangono mutilate o gravemente ferite, l'impatto che hanno sulla popolazione è molto più vasto. Stando a quanto spiegato dall'ONU, infatti, una forte presenza di ordigni inesplosi significa anche "chiudere le strade, non poter mandare i bambini a scuola, togliere la terra ai contadini, difficoltà nelle ricostruzioni dopo un qualsiasi conflitto e bloccare la consegna di aiuti umanitari o comunque l'efficacia delle forze di pace". E nonostante mille difficoltà, alcuni risultati sono stati raggiunti con successo: quest'anno, ad esempio, Giordania e Uganda hanno annunciato di essere completamente 'liberi' da ogni presenza di mine o ordigni sul proprio territorio, ottima notizia che dovrebbe arrivare presto anche da Etiopia e Mozambico. Per il già citato Sudan, invece, la situazione è decisamente più difficile. Il Paese avrebbe dovuto infatti essere del tutto sminato entro il primo aprile del 2014, ma i continui conflitti interni hanno reso difficili le operazioni che hanno ottenuto una proroga fino al 2019.
(International Business Time)

Nessun commento:
Posta un commento