Scatta l’ultimatum del ministro degli interni ucraino Arsen Avakov
Situazione particolarmente tesa a Lugansk, dove militanti armati continuano
a restare trincerati nella sede locale dell’Sbu, i servizi segreti
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Ai separatisti dell’Est ucraino restano 48 ore per avviare un dialogo con le autorità, o venire sgomberati con la forza dalle sedi governative locali che occupano da domenica.
È l’ultimatum del ministro dell’Interno Arsen Avakov, che conta di spegnere i focolai di protesta prima del fine settimana, quando ormai tradizionalmente nelle città orientali del Paese i filo-russi cercano di prendere d’assalto i governatorati. La situazione resta particolarmente tesa a Lugansk, dove militanti armati continuano a restare trincerati nella sede locale dell’Sbu, i servizi segreti, e a trattenere una sessantina di ostaggi. Secondo Avakov, sono civili arrivati in piazza un po’ per curiosità e un po’ per solidarietà con i sostenitori della «Repubblica popolare di Lugansk», e trattenuti poi dai militanti. Il portavoce dei separatisti – sarebbero circa una settantina – che si presenta solo come «Vassily», smentisce l’ipotesi degli ostaggi e alla domanda chi erano quelle 50 persone rilasciate dai suoi compagni nella notte, dopo trattative con le autorità, risponde: «I deboli di spirito che non volevano andare in guerra fino in fondo».
Il fronte della protesta appare infatti spaccato. A Donezk gli organizzatori della «Repubblica popolare» e del referendum per staccarsi dall’Ucraina e passare con la Russia hanno fatto marcia indietro 24 ore dopo, anche se parte del governatorato resta ancora occupata e si sta trattando per il disarmo dei militanti e. A Lugansk parte degli attivisti filo-russi apparentemente si sono fatti coinvolgere in un negoziato sulle loro richieste, tra cui il ritorno alle elezioni dei dirigenti locali, ora nominati da Kiev, e garanzie che il russo continuerà a venire utilizzato negli uffici, nei tribunali e in documenti come le istruzioni per l’uso dei medicinali. Ma un altro nucleo invece vuole soltanto la secessione e «la guerra», come dice Vassily, che chiede un referendum, ma si rifiuta di dire con quale quesito: «Chiederemo ai giuristi». Intanto invita in città Pravy Sector «per combattere». Membri della milizia nazionalista del Maidan hanno annunciato la loro intenzione di partire per l’Est, ma per ora non si sono visti né pare probabile che il ministro Avakov – che con Pravy Sector ha un braccio di ferro in corso e gli ha appena assestato una serie di colpi dolorosi – permetterà loro di partecipare a una situazione già gravida di rischi.
Diverse fonti infatti continuano a segnalare movimenti di truppe russe al confine con l’Ucraina, a pochi passi da Donezk e Lugansk. Per Kiev non ci sono dubbi che Putin stia aspettando solo un pretesto per intervenire. Ma – ieri è stato riconosciuto anche dai giornali russi – lo scenario «crimeano» stenta a decollare nell’Est ucraino, dove secondo un sondaggio pubblicato ieri il 76% dei russofoni di Donezk non si sente in alcun modo limitato nell’uso del russo. «La lingua non è un problema politico in Ucraina», ha confermato ieri un portavoce della missione della Osce in corso in Ucraina, segnalando un desiderio – condiviso da Est e da Ovest – di una decentralizzazione del potere rispetto a Kiev, ma non di una «federalizzazione» su base etnica e politica come chiede Mosca. Le proteste nell’Est hanno finora raccolto l’adesione di qualche centinaio di persone, e diversi esponenti del governo centrale sospettano che molti siano in realtà infiltrati russi, anche se per ora nessuno di questi agenti è stato catturato nelle piazze di Donezk e Kharkiv.
In attesa che la rivolta dell’Est si espanda, se non fino al punto da giustificare un intervento armato di Mosca almeno abbastanza da costringere gli ucraini a una repressione poliziesca che metterebbe a rischio la campagna elettorale per le presidenziali del 25 maggio, Mosca ricorre all’altra arma collaudata, il gas. Ieri Vladimir Putin ha proposto al suo governo di riscuotere i pagamenti dall’Ucraina in anticipo, visto che Kiev ha già un debito di 2,2 miliardi di dollari per le forniture passate. «Per quanto possiamo ancora sostenerli?», ha chiesto il presidente russo chiedendo però delle «consultazioni» prima di staccare le forniture.
Secondo i calcoli del governo russo presentati ieri al Cremlino Kiev deve a Mosca 16 miliardi di dollari: tre per il debito contratto dall’ex presidente Viktor Yanukovich in cambio della rinuncia alla scelta europea, 2,2 miliardi per il metano e 11 miliardi di «profitto perduto» nei quali Mosca stima gli sconti sul gas offerti all’Ucraina in passato in cambio della base russa in Crimea. Ma la Crimea è stata annessa alla Russia e ora, secondo i calcoli dei russi, gli ucraini devono rimborsare la differenza anche per gli anni precedenti. Kiev intanto si rifiuta di accettare i nuovi prezzi di Gazprom senza lo «sconto Crimea» in quanto continua a considerare la penisola parte del suo territorio, e ha smesso di accumulare gas russo nei suoi magazzini. Per fortuna, è arrivata la primavera e stavolta nessuno avrà freddo.
La Stampa esteri)



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