(Nella foto alcuni dei giornalisti arrestati negli ultimi mesi)
L’ennesima stretta repressiva per minare il consenso ai Fratelli Musulmani, mentre nei tribunali sono processate per terrorismo decine di persone, tra cui diversi giornalisti. Intanto, al Sisi prosegue la sua corsa verso la consacrazione alla guida del Paese
di Sonia Grieco
Roma, 11 aprile 2014, Nena News - La strada per zittire i Fratelli Musulmani passa anche dalle moschee, finite nel mirino delle politiche antiterrorismo del governo egiziano. L’ennesima stretta repressiva, mentre nei tribunali del Paese sono processate decine di persone, tra cui diversi giornalisti, sospettate di appartenere al movimento islamico deposto dai militari lo scorso 3 luglio e dichiarato organizzazione terroristica. Il golpe, preceduto da manifestazioni antigovernative, ne scatenò altre contro le Forze armate represse nel sangue, con centinaia di morti (almeno 1.400, secondo Amnesty International) e migliaia di arrestati tra i manifestanti.
Per evitare che cadano “nelle mani di estremisti”, si legge in una nota, l’esecutivo ha autorizzato 17.000 chierici a officiare i sermoni del venerdì nelle moschee egiziane e ne ha rimossi dal “servizio” 12.000. Una piccola parte dei 55.000 religiosi senza licenza che il ministero che controlla le moschee si è prefissato di estromettere dalle funzioni. Gli autorizzati si sono tutti formati all’università di Al-Azhar, anch’essa controllata dal governo.
I militari stanno usando il pugno di ferro con la Fratellanza. Sono stati incarcerati i leader del movimento, compreso l’ex presidente Mohammed Morsi, primo capo di Stato eletto dopo la fine del trentennale regno di Hosni Mubarak nel 2011. Di recente sono state inasprite le leggi antiterrorismo, 529 esponenti dei Fratelli Musulmani sono stati condanni a morte e sono stati aperti altri due maxi processi che vedranno alla sbarra 919 “islamisti”.
La repressione si sta consumando anche nei tribunali egiziani e la nuova Costituzione, approvata lo scorso gennaio, consente alle Corti militari di processare civili quando il reato di cui sono accusati rappresenti un “attacco diretto” alle Forze armate. È il caso di Islam Al Humasy, giornalista del sito d’informazione Rasd, vicino alla Fratellanza che ieri è stato condannato da un Tribunale militare a un anno di detenzione per avere diffamato le Forze armate e rivelato segreti militari. Lo scorso novembre Al Humasy aveva pubblicato un video dell’allora ministro della Difesa e capo dell’esercito appena andato in congedo, Abdul Fattah Al Sisi, l’architetto del golpe del 3 luglio e il candidato alle presidenziali dato per favorito.
Amnesty International ha denunciato la persecuzione del reporter, definito un “prigioniero di coscienza”, ma ha fatto di certo più rumore a livello internazionale l’arresto dei giornalisti di Al Jazeera, che rischiano fino a 15 anni di prigione per avere diffuso “false informazioni” e per avere sostenuto o anche aderito a una “organizzazione terroristica”, cioè alla Fratellanza. Avrebbero diffuso informazioni faziose durante le proteste seguite al golpe“ dando l’impressione che in Egitto si fosse scatenata una guerra civile” e con il fine politico di dare man forte a Morsi, sostenuto dal governo del Qatar. Accuse che l’emittente ha respinto, definendole “assurde, senza fondamento e false”.
Ieri durante l’udienza i tre giornalisti (Baher Mohamed, Mohamed Fadel Fahmy, Peter Greste) hanno definito “una barzelletta” il processo in cui sono coinvolte altre venti persone. Un quarto reporter della tv qatariota, Abdullah al-Shami, è in cella da agosto senza che gli sia stata contestata alcuna accusa ed in sciopero della fame. La prossima udienza si terrà il 22 aprile.
Intanto, al Sisi, 59 anni, prosegue la sua corsa verso la consacrazione alla guida dell’Egitto. Non ha promesso “miracoli”, ma si è impegnato a “liberare il Paese dalla paura” e in cima alla sua agenza ci sono i Fratelli Musulmani. È su di loro che è stata spesso fatta ricadere la responsabilità delle azioni terroristiche contro le forze di sicurezza e i palazzi del potere, soprattutto nell’instabile penisola del Sinai, che hanno scosso il Paese dallo scorso luglio.
(Nena News)

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