di Stefano Grazioli
Federalizzare l’Ucraina. E tenerla fuori dalla Nato. È questo l'obiettivo di Mosca. Che pensa anche all'intervento armato.
È passato un mese dall’annessione della Crimea da parte della Russia. Il 16 marzo vi è stato referendum nella penisola sul Mar Nero, il 18 la firma al Cremlino tra Vladimir Putin e il nuovo governatore Serghei Aksyonov, il 21 il presidente russo ha siglato la legge che incorpora l’ex lembo di terra ucraina nella Federazione Russa.
Poco importa che la comunità internazionale non abbia riconosciuto giuridicamente legittimi questi passi: la Crimea de facto è russa e i rating di Putin a casa propria alle stelle.
LA STRATEGIA LIQUIDA DELLO ZAR.Quattro settimane dopo questi eventi el’escalation nelle regioni orientali dell’Ucraina ci si chiede ora quale sia il piano dello zar: usare lo stesso modello per smembrare con la forza l’ex repubblica sovietica? Mandare i tank sino a Kiev, scatenando una guerra vera e propria e approfittando degli inevitabili effetti collaterali che sta producendo l’azione antiterroristica contro i separatisti filorussi lanciata all’inizio della settimana dal presidente Olexandr Turchynov?
Oppure la strategia del Cremlino è più soft e consisterà solamente nello stare alla finestra, agendo in sostanza come ha fatto nel passato, tra azioni di disturbo tecno-politico e utilizzo delle leve energetico-commerciali, per tenere agganciata l’Ucraina alla propria orbita?
ORA ATTENDE LE MOSSE DI KIEV. I piani nel cassetto di Putin sono probabilmente molti. Come si è visto nel passato l’utilizzo di uno o dell’altro dipende molto da ciò che in realtà fa la controparte e su cui lo stratega del Cremlino non ha in ultima analisi molta influenza.
Nel caso specifico la Russia ora attende come agirà il governo di Kiev per riportare l’ordine nel Donbass. I gruppi separatisti, teleguidati in parte da Mosca, ma costituiti in larga parte da ucraini (una truppa raccolta tra le ex forze speciali Berkut, sciolte dopo l’epilogo sanguinoso di Maidan, e bande locali al soldo degli oligarchi, ma anche da estremisti filorussi politicamente motivati), non hanno per ora dato segnale di voler deporre le armi.
Se la gran parte della popolazione delle regioni del Sud Est si è astenuta dalla rivolta e, secondo i sondaggi, non vuole certo un’annessione alla Russia, è però vero le frizioni con il nuovo governo di Kiev sono reali: la popolazione degli oblast orientali ha visto con scetticismo la rivoluzione di Maidan e ancor peggio il cambio di regime.
RISCHIO GUERRA CIVILE REALE. L’invio di truppe per sedare i moti separatisti e liquidare i terroristi che non si piegano - parole del comandante delle forze governative - potrebbe sfociare in una guerra civile - parole di Vladimir Putin. Il rischio è reale, visto che comunque i terroristi o separatisti che dir si voglia ucraini sono e se non dovessero arrendersi un bagno di sangue, probabilmente peggiore di quello visto a febbraio a Kiev, è programmato. A Maidan Yanukovich si era affidato ai Berkut, e ucraini hanno sparato su manifestanti ucraini. Stavolta Turchynov si affida agli Alpha, oltre che alla improvvisata Guardia Nazionale nella quale sono che confluite parte delle milizie della destra radicale provenienti dalla regioni occidentali. Gli ingredienti perché la situazione precipiti, tra provocazioni da una parte e reazioni spropositate dall’altra, ci sono insomma tutti. A seconda di come andrà a finire nel Donbass, Putin ha sulla carta le due solite opzioni: intervenire militarmente oppure lasciare che in Ucraina scoppi il caos. Oltre a quello che c’è già.
Al momento, alla vigilia dei colloqui a quattro di Givevra del 17 aprile, dove intorno allo stesso tavolo dovrebbero sedersi i rappresentanti di Ucraina, Russia, Stati uniti e Unione Europea, sembra che il Cremlino abbia scelto lo stand by.
MOSCA VUOLE FEDERALIZZARE L'UCRAINA. In questi giorni Mosca ha respinto le accuse di aver istigato il separatismo ucraino, quando in realtà, lo zampino ce lo ha messo, ma d’altra parte se il capo della Cia John Brennan si è fatto pescare sotto falso nome in visita a Kiev è chiaro che non sono solo i russi ha giocare a carte coperte.
Se gli Stati Uniti hanno dato il sostegno al governo ucraino per l’operazione militare nel Sud Est, come confermato dal Dipartimento di Stato, è chiaro che la soluzione della crisi non può che essere trovata sull’asse Washington-Mosca.
E in questa ottica è da leggere il 'Piano F' in tasca di Vladimir Putin. F come federalizzazione, la struttura sulla quale costruire l’Ucraina del dopo Yanukovich: un Paese a forte autonomia regionale, vicino anche all’Europa, ma assolutamente fuori dalla Nato. È questo quello che vuole la Russia che non sembra disposta a scendere ad altri patti.
Le trattative di Ginevra, sulle quali non bisogna certo farsi illusioni, possono avere un senso solo se tutti gli attori in gioco abbandoneranno, almeno a porte chiuse, la propaganda e si concentreranno sull’uscita dalla crisi, prima che gli eventi nel Donbass prendano una dinamica incontrollabile come accaduto a Maidan.
Il progetto di una federalizzazione dell’Ucraina è da tempo nell’agenda del Cremlino. Ne parlò Victor Medvedchuk, longa manus dello Zar in Ucraina (sua figlia ha come padrino Vladimir Vladimirovich) nel 2012. Il presidente ad interim Turchynov e il premier Arseni Yatseniuk hanno parlato di decentramento e di un possibile referendum. Il punto di incontro è insomma possibile. Prima che l’Ucraina sprofondi.
Poco importa che la comunità internazionale non abbia riconosciuto giuridicamente legittimi questi passi: la Crimea de facto è russa e i rating di Putin a casa propria alle stelle.
LA STRATEGIA LIQUIDA DELLO ZAR.Quattro settimane dopo questi eventi el’escalation nelle regioni orientali dell’Ucraina ci si chiede ora quale sia il piano dello zar: usare lo stesso modello per smembrare con la forza l’ex repubblica sovietica? Mandare i tank sino a Kiev, scatenando una guerra vera e propria e approfittando degli inevitabili effetti collaterali che sta producendo l’azione antiterroristica contro i separatisti filorussi lanciata all’inizio della settimana dal presidente Olexandr Turchynov?
Oppure la strategia del Cremlino è più soft e consisterà solamente nello stare alla finestra, agendo in sostanza come ha fatto nel passato, tra azioni di disturbo tecno-politico e utilizzo delle leve energetico-commerciali, per tenere agganciata l’Ucraina alla propria orbita?
ORA ATTENDE LE MOSSE DI KIEV. I piani nel cassetto di Putin sono probabilmente molti. Come si è visto nel passato l’utilizzo di uno o dell’altro dipende molto da ciò che in realtà fa la controparte e su cui lo stratega del Cremlino non ha in ultima analisi molta influenza.
Nel caso specifico la Russia ora attende come agirà il governo di Kiev per riportare l’ordine nel Donbass. I gruppi separatisti, teleguidati in parte da Mosca, ma costituiti in larga parte da ucraini (una truppa raccolta tra le ex forze speciali Berkut, sciolte dopo l’epilogo sanguinoso di Maidan, e bande locali al soldo degli oligarchi, ma anche da estremisti filorussi politicamente motivati), non hanno per ora dato segnale di voler deporre le armi.
Se la gran parte della popolazione delle regioni del Sud Est si è astenuta dalla rivolta e, secondo i sondaggi, non vuole certo un’annessione alla Russia, è però vero le frizioni con il nuovo governo di Kiev sono reali: la popolazione degli oblast orientali ha visto con scetticismo la rivoluzione di Maidan e ancor peggio il cambio di regime.
RISCHIO GUERRA CIVILE REALE. L’invio di truppe per sedare i moti separatisti e liquidare i terroristi che non si piegano - parole del comandante delle forze governative - potrebbe sfociare in una guerra civile - parole di Vladimir Putin. Il rischio è reale, visto che comunque i terroristi o separatisti che dir si voglia ucraini sono e se non dovessero arrendersi un bagno di sangue, probabilmente peggiore di quello visto a febbraio a Kiev, è programmato. A Maidan Yanukovich si era affidato ai Berkut, e ucraini hanno sparato su manifestanti ucraini. Stavolta Turchynov si affida agli Alpha, oltre che alla improvvisata Guardia Nazionale nella quale sono che confluite parte delle milizie della destra radicale provenienti dalla regioni occidentali. Gli ingredienti perché la situazione precipiti, tra provocazioni da una parte e reazioni spropositate dall’altra, ci sono insomma tutti. A seconda di come andrà a finire nel Donbass, Putin ha sulla carta le due solite opzioni: intervenire militarmente oppure lasciare che in Ucraina scoppi il caos. Oltre a quello che c’è già.
Al momento, alla vigilia dei colloqui a quattro di Givevra del 17 aprile, dove intorno allo stesso tavolo dovrebbero sedersi i rappresentanti di Ucraina, Russia, Stati uniti e Unione Europea, sembra che il Cremlino abbia scelto lo stand by.
MOSCA VUOLE FEDERALIZZARE L'UCRAINA. In questi giorni Mosca ha respinto le accuse di aver istigato il separatismo ucraino, quando in realtà, lo zampino ce lo ha messo, ma d’altra parte se il capo della Cia John Brennan si è fatto pescare sotto falso nome in visita a Kiev è chiaro che non sono solo i russi ha giocare a carte coperte.
Se gli Stati Uniti hanno dato il sostegno al governo ucraino per l’operazione militare nel Sud Est, come confermato dal Dipartimento di Stato, è chiaro che la soluzione della crisi non può che essere trovata sull’asse Washington-Mosca.
E in questa ottica è da leggere il 'Piano F' in tasca di Vladimir Putin. F come federalizzazione, la struttura sulla quale costruire l’Ucraina del dopo Yanukovich: un Paese a forte autonomia regionale, vicino anche all’Europa, ma assolutamente fuori dalla Nato. È questo quello che vuole la Russia che non sembra disposta a scendere ad altri patti.
Le trattative di Ginevra, sulle quali non bisogna certo farsi illusioni, possono avere un senso solo se tutti gli attori in gioco abbandoneranno, almeno a porte chiuse, la propaganda e si concentreranno sull’uscita dalla crisi, prima che gli eventi nel Donbass prendano una dinamica incontrollabile come accaduto a Maidan.
Il progetto di una federalizzazione dell’Ucraina è da tempo nell’agenda del Cremlino. Ne parlò Victor Medvedchuk, longa manus dello Zar in Ucraina (sua figlia ha come padrino Vladimir Vladimirovich) nel 2012. Il presidente ad interim Turchynov e il premier Arseni Yatseniuk hanno parlato di decentramento e di un possibile referendum. Il punto di incontro è insomma possibile. Prima che l’Ucraina sprofondi.
Mercoledì, 16 Aprile 2014
(Lettera 43)

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