di Guido Mariani
Diffondono messaggi da YouTube. Comunicano con Twitter. E suggeriscono gli account da seguire. La nuova comunicazione degli estremisti islamici. Per arruolare combattenti contro Assad.
I new media dell’odio settario. La guerra civile siriana ormai è già stata definita la prima «YouTube war», un conflitto senza esclusione di colpi in cui i video postati da anonimi utenti in Rete rappresentano una delle poche fonti di quello che sta accadendo e una crudele testimonianza di atrocità e rappresaglie.
Ma nel mondo islamico, anche a causa del caos siriano, dell’instabilità in Egitto e dei conflitti mai sopiti in Yemen e Iraq, stanno crescendo in influenza figure di predicatori jihadisti che diffondono il loro messaggio con i nuovi mezzi di comunicazione, alimentando la propaganda terrorista, nutrendo la rivalità tra sciiti e sunniti e attirando nuovi adepti e militanti.
MILITANZA SU TWITTER. Nel febbraio 2013 un messaggio di un leader di al Qaeda, Mohammad al-Baghdadi, pubblicato sul forum di estremisti Shumukh al-Islam chiamava a raccolta i militanti su Twitter, presentato come un nuovo indispensabile strumento della jihad e come un sistema più sicuro per comunicare e diffondere informazioni rispetto a forum e siti web.
Secondo dati raccolti dall’osservatorio sul terrorismo Jihadica, allo scoppio della guerra in Siria il numero di account Twitter a contenuto jihadista è cresciuto in due anni di 10 volte e il trend si sta mantenendo costante.
ACCOUNT DA SEGUIRE. Il messaggio del capo terrorista si spingeva anche a suggerire una lista di 66 account da seguire: venivano elencati organizzazioni politiche, caritatevoli (come Ansar al-Sham) di propaganda estremista (come Ansar Al-Mujahideen) ma anche predicatori, imam e figure influenti nel mondo dell’estremismo.
Questi profili sono oggi seguiti da centinaia di migliaia di follower che, a loro volta, diffondono i messaggi.
I frutti di questa politica ci sono già, anche se non del tutto conformi alle previsioni.
Il servizio di microblogging ha anche accentuato le divisioni all’interno del fronte qaedista creando posizioni autonome e rafforzando fazioni rivali.
Ma nel mondo islamico, anche a causa del caos siriano, dell’instabilità in Egitto e dei conflitti mai sopiti in Yemen e Iraq, stanno crescendo in influenza figure di predicatori jihadisti che diffondono il loro messaggio con i nuovi mezzi di comunicazione, alimentando la propaganda terrorista, nutrendo la rivalità tra sciiti e sunniti e attirando nuovi adepti e militanti.
MILITANZA SU TWITTER. Nel febbraio 2013 un messaggio di un leader di al Qaeda, Mohammad al-Baghdadi, pubblicato sul forum di estremisti Shumukh al-Islam chiamava a raccolta i militanti su Twitter, presentato come un nuovo indispensabile strumento della jihad e come un sistema più sicuro per comunicare e diffondere informazioni rispetto a forum e siti web.
Secondo dati raccolti dall’osservatorio sul terrorismo Jihadica, allo scoppio della guerra in Siria il numero di account Twitter a contenuto jihadista è cresciuto in due anni di 10 volte e il trend si sta mantenendo costante.
ACCOUNT DA SEGUIRE. Il messaggio del capo terrorista si spingeva anche a suggerire una lista di 66 account da seguire: venivano elencati organizzazioni politiche, caritatevoli (come Ansar al-Sham) di propaganda estremista (come Ansar Al-Mujahideen) ma anche predicatori, imam e figure influenti nel mondo dell’estremismo.
Questi profili sono oggi seguiti da centinaia di migliaia di follower che, a loro volta, diffondono i messaggi.
I frutti di questa politica ci sono già, anche se non del tutto conformi alle previsioni.
Il servizio di microblogging ha anche accentuato le divisioni all’interno del fronte qaedista creando posizioni autonome e rafforzando fazioni rivali.
La crescita dell'Isis, dalla lotta agli Usa alla guerra in Siria
Il caso più rappresentativo è quello dell’Isis, un’organizzazione nata in Iraq durante il conflitto contro gli Usa, ma ricostituitasi nell’aprile 2013 con gruppi fuoriusciti da al Qaeda e diventata in pochi mesi una delle più crudeli fazioni del conflitto siriano e un gruppo terrorista molto attivo in Iraq.
Il nome Isis è una sigla che significa «Stato Islamico dell'Iraq e del Levante» e la sua forza è stata quella della propaganda, avvenuta in gran parte sui social media, e che è stata alla base di un’ampia e proficua campagna di reclutamento.
La milizia ha diffuso in Rete video di interrogatori e di esecuzioni ed è entrata in conflitto con la stessa al Qaeda.
IL FRONTE ANTI-ASSAD. A inizio aprile l’International center for the study of radicalisation and political violence del King’s College di Londra ha pubblicato uno studio frutto di un anno di raccolta dati dai social media, concentrando l’attenzione sui profili di estremisti impegnati nella guerra in Siria, ma arrivati nel Paese mediorientale dall’Europa o da qualche altro Stato occidentale.
Due terzi di questi sono risultati essere affiliati all’Isis o a Jabhat al Nusrah, un’altra milizia impegnata nella guerra contro il presidente siriano Bashar al Assad.
CONFLITTO SU INTERNET. Lo studio ha rivelato come questi combattenti utilizzassero i social network come primaria fonte di informazione sugli eventi in corso, servendosi spesso di 'disseminatori' di notizie, alcuni dei quali magari residenti in Europa e lontani dal conflitto siriano.
La ricerca ha evidenziato inoltre come questi miliziani seguano, sempre attraverso la Rete, la guida spirituale di predicatori che diffondono il messaggio online, svolgendo non un ruolo attivo nel conflitto (ritengono i ricercatori), ma quello di 'cheerleader', di motivatori dei combattenti.
PREDICATORI ONLINE. I due più prominenti sono stati individuati nelle figure di Ahmad Musa Jibril e Musa Cerantonio.
Jibril è un 40enne nato negli Usa e di origine saudita che vive in Michigan dove ha preso una laurea in Legge: il suo ruolo è più di guida spirituale che di sobillatore militare ed è molto attivo in Rete dove il suo profilo Facebook ha più di 200 mila «mi piace» e dove mette a disposizione anche un numero per contattarlo via WhatsApp.
Cerantonio è un australiano 29enne di origini italiane, figlio di un calabrese convertitosi all’Islam dopo aver visitato la Cappella Sistina (come lui stesso racconta in un video su YouTube).
Il suo appoggio all’Isis è assai più esplicito e dopo la diffusione dello studio inglese il suo profilo Facebook è stato chiuso (ne è comparso dopo pochi giorni un altro), ma rimane attivo il suo account su Twitter (@MusaCerantonio).
Il nome Isis è una sigla che significa «Stato Islamico dell'Iraq e del Levante» e la sua forza è stata quella della propaganda, avvenuta in gran parte sui social media, e che è stata alla base di un’ampia e proficua campagna di reclutamento.
La milizia ha diffuso in Rete video di interrogatori e di esecuzioni ed è entrata in conflitto con la stessa al Qaeda.
IL FRONTE ANTI-ASSAD. A inizio aprile l’International center for the study of radicalisation and political violence del King’s College di Londra ha pubblicato uno studio frutto di un anno di raccolta dati dai social media, concentrando l’attenzione sui profili di estremisti impegnati nella guerra in Siria, ma arrivati nel Paese mediorientale dall’Europa o da qualche altro Stato occidentale.
Due terzi di questi sono risultati essere affiliati all’Isis o a Jabhat al Nusrah, un’altra milizia impegnata nella guerra contro il presidente siriano Bashar al Assad.
CONFLITTO SU INTERNET. Lo studio ha rivelato come questi combattenti utilizzassero i social network come primaria fonte di informazione sugli eventi in corso, servendosi spesso di 'disseminatori' di notizie, alcuni dei quali magari residenti in Europa e lontani dal conflitto siriano.
La ricerca ha evidenziato inoltre come questi miliziani seguano, sempre attraverso la Rete, la guida spirituale di predicatori che diffondono il messaggio online, svolgendo non un ruolo attivo nel conflitto (ritengono i ricercatori), ma quello di 'cheerleader', di motivatori dei combattenti.
PREDICATORI ONLINE. I due più prominenti sono stati individuati nelle figure di Ahmad Musa Jibril e Musa Cerantonio.
Jibril è un 40enne nato negli Usa e di origine saudita che vive in Michigan dove ha preso una laurea in Legge: il suo ruolo è più di guida spirituale che di sobillatore militare ed è molto attivo in Rete dove il suo profilo Facebook ha più di 200 mila «mi piace» e dove mette a disposizione anche un numero per contattarlo via WhatsApp.
Cerantonio è un australiano 29enne di origini italiane, figlio di un calabrese convertitosi all’Islam dopo aver visitato la Cappella Sistina (come lui stesso racconta in un video su YouTube).
Il suo appoggio all’Isis è assai più esplicito e dopo la diffusione dello studio inglese il suo profilo Facebook è stato chiuso (ne è comparso dopo pochi giorni un altro), ma rimane attivo il suo account su Twitter (@MusaCerantonio).
Estremismo e settarismo islamici consolidati tra tutti i combattenti
Lo studio dell’università londinese si è concentrato su un aspetto particolare dell’attuale situazione nel mondo islamico e su un campione delimitato, i combattenti di origine occidentale. Ma l’influenza dei social media sull’estremismo e sul settarismo islamico appare consolidata a tutti i livelli.
Tra i più popolari account twitter 'consigliati' da al Qaeda ci sono quello di Hani al-Sibai (@hanisibu) predicatore sunnita egiziano residente a Londra e oggetto di diverse indagini per terrorismo, di Abu Sa‘d al-‘Amili (@al3aamili) pseudonimo di un ideologo della Jihad e apologo del terrorismo che agisce online e l’account gharib fi wadanih che significa «straniero nel suo Paese» (@1400year) a quanto pare riconducibile a un misterioso francese di origini algerine.
POLVERIERA MEDIO ORIENTE. Un’inchiesta del giornale britannico The Indipendent firmata da Patrick Cockburn e pubblicata a dicembre ha rivelato come i capitali sauditi e delle monarchie del Golfo finanzino e alimentino la propaganda online sunnita in funzione anti-sciita dando forza ai conflitti in Siria, Yemen e Iraq.
Tra questi l’articolo cita Nabil al-Awadi predicatore del Kuwait che su Twitter (@NabilAlawadhy) conta oggi 4,4 milioni di follower (@NabilAlawadhy) e che teorizza un complotto sciita per distruggere la Mecca. La Siria è il primo vero fronte di questo conflitto che rischia di incendiare tutto il Medio Oriente.
LE ESECUZIONI SUL WEB. La Rete può essere un mondo virtuale, ma l’orrore è più reale che mai. Un’ulteriore prova sono state le fotografie emerse il 30 aprile su Twitter e diffuse da molti account estremisti e poi riprese dalle agenzie di informazione internazionali che mostrano delleesecuzioni firmate dall’Isis nella città siriana di al Raqqa su cui a quanto pare la milizia sta esercitando un crescente controllo.
Le immagini mostrano alcuni uomini uccisi e crocefissi ed esposti al pubblico. Attorno a loro ci sono persone, tra cui diversi bambini, quasi indifferenti.
In Siria l’atrocità è diventata quotidianità e il web e l’unica cosa oggi in grado di ricordarcelo.
Tra i più popolari account twitter 'consigliati' da al Qaeda ci sono quello di Hani al-Sibai (@hanisibu) predicatore sunnita egiziano residente a Londra e oggetto di diverse indagini per terrorismo, di Abu Sa‘d al-‘Amili (@al3aamili) pseudonimo di un ideologo della Jihad e apologo del terrorismo che agisce online e l’account gharib fi wadanih che significa «straniero nel suo Paese» (@1400year) a quanto pare riconducibile a un misterioso francese di origini algerine.
POLVERIERA MEDIO ORIENTE. Un’inchiesta del giornale britannico The Indipendent firmata da Patrick Cockburn e pubblicata a dicembre ha rivelato come i capitali sauditi e delle monarchie del Golfo finanzino e alimentino la propaganda online sunnita in funzione anti-sciita dando forza ai conflitti in Siria, Yemen e Iraq.
Tra questi l’articolo cita Nabil al-Awadi predicatore del Kuwait che su Twitter (@NabilAlawadhy) conta oggi 4,4 milioni di follower (@NabilAlawadhy) e che teorizza un complotto sciita per distruggere la Mecca. La Siria è il primo vero fronte di questo conflitto che rischia di incendiare tutto il Medio Oriente.
LE ESECUZIONI SUL WEB. La Rete può essere un mondo virtuale, ma l’orrore è più reale che mai. Un’ulteriore prova sono state le fotografie emerse il 30 aprile su Twitter e diffuse da molti account estremisti e poi riprese dalle agenzie di informazione internazionali che mostrano delleesecuzioni firmate dall’Isis nella città siriana di al Raqqa su cui a quanto pare la milizia sta esercitando un crescente controllo.
Le immagini mostrano alcuni uomini uccisi e crocefissi ed esposti al pubblico. Attorno a loro ci sono persone, tra cui diversi bambini, quasi indifferenti.
In Siria l’atrocità è diventata quotidianità e il web e l’unica cosa oggi in grado di ricordarcelo.
Domenica, 04 Maggio 2014
(Lettera 43)



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