di Giovanni Maria Bellu
Centotrentanove morti annegati in una settimana, dal 30 aprile al 6 maggio. Erano migranti somali, eritrei, siriani ed afghani che tentavano di raggiungere l'Europa. I naufragi sono avvenuti al largo delle coste libiche e nell'Egeo, cioè oltre il raggio d'azione dell'operazione Mare Nostrum che, da ottobre, ha salvato la vita di 26mila persone.
Le notizie sono poche, ma certe. Arrivano dagli operatori umanitari impegnati in Libia e sono state raccolte dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati. Si riferiscono a quattro diversi naufragi.
Le notizie sono poche, ma certe. Arrivano dagli operatori umanitari impegnati in Libia e sono state raccolte dall'Agenzia dell'Onu per i rifugiati. Si riferiscono a quattro diversi naufragi.
Il più recente è avvenuto martedì scorso quando la Guardia costiera libica è intervenuta in soccorso 130 migranti che viaggiavano a bordo di un'imbarcazione che si era spezzata a metà alcune miglia dopo la partenza. Si è riusciti a salvarne 53, nove dei quali sono stati ricoverati in ospedale. Altri 77 sono annegati. Fino a ora sono stati recuperati quattro corpi.
I superstiti hanno riferito che le pessime condizioni dell'imbarcazione erano tanto evidenti che alcuni dei migranti all'ultimo momento hanno rifiutato di intraprendere il viaggio, ma sono stati costretti con la forza a salire a bordo.
Il giorno prima, cioè lunedì scorso, alle prime ore del mattino, era avvenuto l'unico naufragio del quale si è già avuta notizia. A largo dell'isola di Samos, nel mar Egeo, in seguito al capovolgimento della barca sulla quale viaggiavano, sono morte 22 persone (12 donne, 6 uomini e 4 bambini) mentre altre 36 sono state salvate in un'operazione congiunta della guardia costiere greca e di Frontex. Il gruppo era composta da somali, eritrei e siriani.
Una settimana fa, il 2 maggio, altre quattro vittime. In quel caso la Guardia costiera libica ha tratto in salvo 80 persone. Non si hanno informazioni sulla dinamica del naufragio. Così come non se ne hanno su un'altra tragedia accertata il 30 aprile quando la Guardia costiera libica ha rinvenuto il relitto di un'imbarcazione. C'era solo un superstite (che è stato ricoverato in gravi condizioni). Le vittime sono state 40.
Complessivamente il numero degli annegati nell'ultima settimana corrisponde e più di un terzo delle vittime (erano state 366) del naufragio avvenuto lo scorso 3 ottobre a largo di Lampedusa, la più grave sciagura navale del Mediterraneo dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Sull'onda dell'indignazione, qualche settimana dopo il governo presieduto da Enrico Letta avviò l'operazione Mare Nostrum.
Da un paio di mesi il proseguimento dell'operazione di salvataggio è in discussione. Soprattutto per il costo economico (9,3 milioni di euro al mese, secondo i dati diffusi dal ministro della Difesa Roberta Pinotti) che ricade totalmente sull'Italia. L'Unione europea, infatti, non pare intenzionata a farsi carico degli oneri ma vorrebbe estendere al salvataggio i compiti dell'agenzia Frontex, nata per la difesa delle frontiere marittime e terrestri.
Le organizzazioni umanitarie - dall'Unhcr al Consiglio italiano per i rifugiati – si oppongono all'interruzione di Mare Nostrum prima che siano stati realizzati i “corridoi umanitari”, cioè vie di accesso legale, per dare ai migranti la possibilità di ottenere il visto nei paesi di partenza. Ipotesi tutt'altro che astratta, visto che da almeno dieci anni sono stati elaborati progetti per la sua messa in atto.
Il fatto che nonostante Mare Nostrum le tragedie del mare continuino dà un'idea – sottolineano le organizzazioni umanitarie – di quel che potrebbe accadere se l'operazione fosse interrotta.

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