Tre anni di guerra hanno smantellato il servizio sanitario. Due ospedali su 3 sono distrutti, non ci sono più medici, crollano le vaccinazioni. In Siria è emergenza sanitaria e a farne le spese sono soprattutto i bambini
SABRINA VALLETTA
Dina vive in una roulotte nel campo di Za'atari con il marito e tre figli. Suo marito compra verdure e le vende ai loro vicini. La famiglia fa anche asciugare il pane al sole e vende le croste indurite agli agricoltori come cibo per uccelli. Lei e suo marito hanno tre figli uno di tre anni, uno di due anni e uno di 8 mesi.
Durante la sua ultima gravidanza, Dina ha subito un'emorragia interna e ha trascorso un mese in ospedale.
I medici non hanno usato mezze parole: certamente morirà uno, tra lei e il bimbo. Grazie al supporto medico in Giordania sono sopravvissuti entrambi.
Dina è una tra le decine di migliaia di profughi che hanno lasciato la Siria a causa del conflitto. «Ero preoccupata per mio marito ed i figli, non volevo perderli. Siamo dovuti partire per proteggere i nostri figli», racconta. «Sono molte le difficoltà vivendo qui: l'acqua non è pulita e durante l'inverno distribuiscono stufe ma senza bombole a gas, quindi sono necessarie tante coperte. La cosa più difficile qui è prendersi cura dei bambini».
Anche se la situazione di Dina a Za’atari è drammatica, è nulla in confronto a ciò che stanno vivendo i suoi connazionali rimasti in Siria dove tre anni di guerra hanno letteralmente smantellato il sistema sanitario. Due ospedali su 3 sono distrutti, crollano le vaccinazioni, 80 mila bambini affetti da polio, 100 mila casi di leishmaniosi, tre donne su quattro non hanno assistenza durante il parto. E a farne le spese sono soprattutto i milioni di bambini che hanno disperato bisogno di cibo, medicine, supporto psicologico e di un riparo sicuro.
La situazione è ora raccontata in un rapporto di Save the Children, “Un prezzo inaccettabile: l’impatto di tre anni di guerra sulla salute dei bambini in Siria”.
Oltre agli ospedali, anche il 38 per cento delle strutture mediche di base e quasi tutte le ambulanze sono distrutte o inservibili. La metà dei medici ha abbandonato il Paese, altri sono stati uccisi o imprigionati e tra il personale sanitario rimasto, in media, solo 1 su 300 è un medico in grado di affrontare le emergenze. Ad Aleppo, una città che, secondo le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, dovrebbe avere almeno 2.500 medici, ne sono rimasti solo 36 per assistere più di 2 milioni di persone.
Tra i circa 575 mila feriti nel conflitto, sono tanti coloro che vengono condannati alla disabilità. Molti di questi che arrivano quotidianamente negli ospedali sono bambini che riportano ferite profonde o fratture esposte, e quando mancano i mezzi o le medicine necessarie si è costretti a ricorrere all’amputazione di braccia o gambe, per evitare sanguinamenti letali e poterli così salvare. In tutto il Paese è difficile se non impossibile fornire cure ai tanti bambini con malattie croniche, che sono parte dei 70 mila malati di cancro o dei 5 mila in dialisi, o di quelli affetti da leucemia.
Con il crollo dei vaccini, poi, la polio che era stata debellata nel 1995 ha oggi contagiato 80 mila bambini e si sta propagando silenziosamente, mentre i casi di morbillo e meningite sono in crescita. Affollamento nei rifugi e condizioni precarie di igiene sono causa dell’impennata dei casi di leishmaniosi - una malattia che colpisce gravemente gli organi interni, produce ulcere e può sfigurare per sempre - passata da 3 mila a 100 mila casi, e si segnala l’aumento delle infezioni gravi alle vie respiratorie, dei casi di dissenteria o di epatite.
Drammatica è poi la situazione per i bambini non ancora o appena nati. Tre donne su 4 non hanno infatti più accesso all’assistenza per il parto. Per il timore di un travaglio sotto le bombe, è raddoppiato il numero di parti cesarei - passati dal 19 per cento al 45 per cento - che avviene però spesso in condizioni mediche critiche. Il collasso del sistema sanitario siriano obbliga purtroppo gli operatori sanitari a eseguire in alcuni casi pratiche mediche brutali ed estreme. Oltre alle amputazioni, l’assenza di anestesia ha spinto alcuni pazienti a richiedere di essere addormentati con il colpo in testa di una barra di metallo, mentre spesso brandelli di vecchi vestiti sono le uniche “bende” disponibili per le ferite e sono veicolo di infezione, o si è costretti a praticare trasfusioni di sangue incontrollate e fortemente a rischio.
«Questa crisi umanitaria è diventata rapidamente anche una grave emergenza sanitaria», spiega Valerio Neri, direttore generale di Save the Children Italia. Solo l’accesso degli aiuti umanitari, compresi quelli sanitari, in tutte le aree del Paese, può contribuire a salvare la vita di milioni di bambini. Save the Children chiede con forza che la recente risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni unite sull’accesso umanitario in Siria sia implementata immediatamente, e che le famiglie e i bambini possano così ricevere vaccini, cibo, acqua, medicine, e possano essere assistiti con altri interventi salvavita, ovunque essi si trovino sul territorio interno al Paese.
«La comunità internazionale sta tradendo i bambini della Siria - continua Neri - Se c’è stata la volontà politica necessaria per permettere agli esperti di armi chimiche di raggiungere qualunque luogo nel paese è assurdo che ciò non possa avvenire per gli aiuti umanitari».

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