lunedì 5 maggio 2014

Tunisia, una rivolta caduta nel vuoto: ancora in carcere i rivoluzionari della Primavera Araba...





Di Gabriella Tesoro
In pochi avrebbero immaginato che la gloriosa rivoluzione tunisina, la prima scoppiata nel Nord Africa e presto diventata la miccia di quell'effetto a catena poi ribattezzato Primavera Araba, si sarebbe conclusa con tanta amarezza.
Tunisi, difatti, si è dimostrata poco riconoscente nei confronti dei suoi eroi, che ancora oggi si trovano in carcere con l'accusa di aver attaccato pubbliche istituzioni nel corso delle rivolte che nel gennaio 2011 determinarono la caduta dell'ex dittatore Ben Ali, fuggito in Arabia Saudita.
Com'è possibile che nonostante il cambio di governo, i vecchi rivoltosi si trovano a scontare quelle pene durissime promulgate dal regime dell'ex presidente? È evidente che l'attuale amministrazione di Tunisi non vuole cancellare completamente le tracce di Ben Ali, anzi, cerca ostinatamente di tutelarle nel tentativo di evitare una nuova rivolta utilizzando le sue stesse leggi repressive. Inoltre, i sostenitori di Ben Ali si sono "riconciliati" con gli attuali partiti tunisini e sono presto tornati in politica.
L'esempio più lampante di questa pericolosissima stretta di mano è stata la decisione di poche settimane fa della corte d'appello del tribunale di Tunisi nei confronti dei principali accusati della dura repressione messa in atto nel corso della  rivoluzione. Sul banco degli imputati c'erano rispettivamente: l'ex ministro degli Interni, l'ex capo della sicurezza presidenziale, l'ex direttore generale della sicurezza nazionale, l'ex direttore delle unità d'intervento, l'ex direttore generale di pubblica sicurezza e l'ex capo dei corpi speciali. Tutti accusati di omicidio volontario e tentato omicidio, reati per i quali si rischiano dai dieci ai 37 anni di carcere. Alla fine, gli avvocati hanno chiesto l'ergastolo solo per Ben Ali, mentre per gli imputati l'accusa è stata riformulata in "omicidio involontario" e per l'ex capo dei corpi speciali addirittura nella ridicola imputazione di "mancata assistenza a persona in pericolo". In sostanza, potrebbero presto uscire tutti dal carcere, dato che le pene arrivano a tre anni con la condizionale e i funzionari le hanno già scontate.
Insomma, il quadro politico tunisino è come minimo confuso e in questa situazione gran parte della popolazione è finita essa stessa con il sostenere queste strane alleanze accusando il governo attuale di non essere riuscito né a garantire sicurezza, né tantomeno stabilità economica.
Tuttavia, un'altra buona fetta della popolazione, soprattutto i più giovani, hanno avviato una campagna sui social network per sostenere la liberazione dei rivoluzionari in carcere. La campagna, chiamata provocatoriamente "Anche io ho incendiato una stazione di polizia", è stata avviata prima dell'inizio del processo dei loro compagni e si basa sulla legittimità delle loro azioni durante la rivoluzione e sulla loro innocenza. Oltre la campagna Web ci saranno anche scioperi della fame, cortei e manifestazioni davanti al tribunale; e, se gli imputati dovessero essere giudicati colpevoli, in molti hanno minacciato di incendiare le stazioni della polizia.
Bisogna però considerare che l'iniziativa di questi ragazzi cade un po' nel vuoto, laddove i politici sono troppo impegnati in campagna elettorale e la società civile sembra aver completamente abbandonato i moti rivoluzioni, concentrandosi sulla grave situazione economica.
(International Business Times)

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